Storia della Federviti del luganese

Mancano sufficienti documenti ed informazioni per tracciare un esauriente «resoconto» sull’esistenza della Federviti del Luganese, fondata nel 1949, e sui suoi primi ma decisivi passi. Ci si deve pertanto basare su poche annotazioni «rubate» agli organi di informazione di quel tempo. In particolare, in merito al momento più significativo del sodalizio, vale a dire la costituzione, ci viene in aiuto un trafiletto apparso sull’«Agricoltore Ticinese» il 7 maggio 1949 nella rubrica assegnata alla Federazione viticoltori della Svizzera italiana, laddove si legge: «Domenica 1° maggio, si è riunita a Massagno l’assemblea costitutiva della sezione del Distretto di Lugano della Federazione dei viticoltori della Svizzera italiana. In apertura di seduta, il sig. Camillo Quadri e l’avv. Riccardo Staffieri hanno commemorato con commossi accenti l’improvvisa dipartita del sig. Emilio Rossi, che avrebbe dovuto presiedere la seduta stessa, nella sua qualità di presidente del Comitato provvisorio della Sezione di Lugano. Dando seguito alle trattande all’ordine del giorno, l’assemblea ha chiamato a presiedere la seduta l’avv. R. Staffieri, che con la nota competenza e chiarezza di parola ha diretto velocemente tutto il lavoro di costituzione della Sezione. Hanno preso la parola il presidente centrale sig. Luigi Cattori e il segretario centrale sig. E. Bernasconi, il primo per salutare la neo costituita Sezione e il secondo per orientare i presenti sull’attuale situazione del mercato dei vini e sui provvedimenti in corso di applicazione per il suo risanamento. Alle nomine statutarie il Comitato sezionale è risultato così composto: presidente sig. Camillo Quadri, Rovello; membri: A. Aostalli-Adamini, sindaco, Savosa; Angelo Somazzi, sindaco, Gentilino; ing. W. Snyder, Breganzona; dr. H. Heberlein, Pregassona; Piazza Riccardo, Dino; Cattaneo Bernardo, Cagiallo».
Con la costituzione della sezione di Lugano, annotava il cronista di quel tempo, «è stata completata l’organizzazione della Federazione dei viticoltori della Svizzera italiana, la quale si riunirà prossimamente in assemblea generale per nominare il comitato cantonale definitivo, al quale spetterà l’onore e l’onere di dirigere le sorti della Federazione e guidarla alla realizzazione degli alti fini statutari che si compendiano nel binomio: interesse dei viticoltori e miglioramento della produzione vitivinicola ticinese».
Più sopra, si è accennato ad Emilio Rossi che avrebbe dovuto presiedere a Massagno la seduta costitutiva della Federviti del Luganese in calendario appunto il 1° maggio 1949 e che certamente, come era già stato stabilito, ne sarebbe diventato il primo presidente effettivo, ricoprendo già le funzioni di presidente del comitato provvisorio. Così, però, non è avvenuto, poiché Emilio Rossi – la sera prima dell’assise – era spirato improvvisamente sui monti di Gola di Lago. Proveniva da una famiglia patrizia malcantonese e, più precisamente, era figlio del giudice del Tribunale di appello Domenico Rossi e nipote del consigliere di Stato Giovanni Rossi, considerato quest’ultimo come il «padre» della moderna viticoltura in Ticino. In effetti, fondamentale risulta l’apporto dato da Giovanni Rossi (1861-1926) negli anni cruciali della crisi europea della fillossera, promuovendo «La Ricostituzione dei Vigneti nel Cantone Ticino» (opera uscita dai torchi della Veladini a Lugano nel 1908), sperimentandola in proprio nella tenuta Vallombrosa di Villa Orizzonte a Castelrotto e poi guidandola per tre legislature (dal 1909 al 1926). L’obiettivo, lucidamente esposto nei suoi scritti fin dal 1902, era la conversione dell’agricoltura cantonale a una «viticoltura d’avvenire» con la creazione di un vino ticinese, capace di affrontare il mercato nazionale ed internazionale apertosi con il nuovo secolo, a superamento dei particolarismi locali e a coronamento della laboriosa costruzione dell’unità del giovane Cantone.
Orbene, Emilio Rossi – alla morte dello zio e del padre – si era ritirato a Castelrotto di Croglio, pur essendo cresciuto a Lugano, per dedicarsi con amore ed intelligenza alla conduzione di quei rinomati vigneti. Aveva così completato in senso razionale l’azienda avuta in eredità e il suo vino di «Vallombrosa» era diventato ben presto tra i migliori nel Canton Ticino. Inoltre, aveva aderito a varie organizzazioni agricole e, in questo contesto, Emilio Rossi fu uno tra i più validi sostenitori e propagandisti di quella che sarebbe poi diventata la Federazione cantonale dei viticoltori ticinesi.
Nel 1951, l’11 gennaio, altra figura carismatica – come annotano le cronache del tempo – scompare nel distretto: Luigi Passera, «modesto ma valente viticoltore».
Aveva 85 anni e risiedeva nella sua patriarcale casa di Monteggio. Dopo una pausa, in gioventù, riservata all’emigrazione in Svizzera romanda e in Francia, fu municipale e poi sindaco del suo paese, nonché perito comunale, delegato scolastico e membro del Consiglio parrocchiale. Ma la sua più grande passione – come ebbe a sottolineare, nel commiato ai funerali, il maestro Foglia a nome dell’Istituto di Mezzana – era l’agricoltura: «Sorsero i suoi meravigliosi vigneti che amò come i familiari, prosperarono le piante fruttifere e certo non poteva mancare un ben tenuto aviario… Luigi Passera fu un vero viticoltore e nella viticoltura lavorò con passione di apostolo e con lo slancio di un cuore generoso. Fu amico e valente collaboratore di un altro grande pioniere della ricostituzione dei nostri vigneti, il defunto consigliere di Stato dott. Giovanni Rossi. Insieme, con competenza e fede, iniziarono nel loro Malcantone l’opera ardua or fanno ormai cinquant’anni. Luigi Passera era l’uomo di fiducia, il capo viticoltore e spesso il consigliere di Giovanni Rossi, che allora faceva parte della Commissione cantonale per la viticoltura. Fu il primo ticinese ad introdurre nel suo vigneto il “Merlot” e a sperimentarlo, e fu il primo a giudicarlo ottimo vitigno per il nostro Cantone. Lo segnalò al dr. Giovanni Rossi, il quale lo introdusse nel suo vigneto e il quale lo consigliò per i vivai cantonali che allora risiedevano a Casvegno, dove il “Merlot” fece la sua prima comparsa nel 1907… Lui ebbe le prime marze dal dr. Rossi, il quale a sua volta le ebbe dalla Stazione di viticoltura di Losanna».
Con simili premesse e, soprattutto, grazie a personaggi così carismatici, il cammino tracciato per la Federviti del Luganese risultò più agevole ma anche assai determinato e concreto, tanto che già in occasione dell’assemblea nell’aprile 1952 si prendeva atto con compiacimento degli incoraggianti sforzi profusi «a favore del potenziamento del nostro movimento e della propaganda per la ricostituzione dei vigneti nel distretto», stabilendo che durante l’anno sarebbero stati organizzati corsi sulla potatura verde della vite a Pregassona e ad Agno, come pure era da promuovere nel corso dell’estate una visita ad alcuni vigneti e cantine del Luganese e, eventualmente, in collaborazione con le altre sezioni della Federazione, un viaggio di studio in qualche importante regione viticola estera. E, in effetti, sull’«Agricoltore ticinese» del 15 dicembre 1956 si illustra con dovizia di particolari il proseguimento dell’azione di ricostituzione di vigneti nel distretto di Lugano (come pure in altre regioni del Cantone): i nuovi impianti, in quell’anno, furono 47 con 11.721 barbatelle. L’anno dopo, ossia nel 1957, in occasione dell’assemblea sezionale, oltre alla nomina di Giacomo Forrer in comitato al posto del dimissionario dr. Heberlein, si discute di un progetto, ovvero la creazione di una Cantina sociale anche nel Luganese sull’esempio di quanto già realizzato a Giubiasco e a Mendrisio, sottolineando – come si legge nelle cronache del tempo – «l’utilità e la necessità che anche nel Luganese si venga al più presto possibile a fondare una Cantina sociale la quale, data la speciale situazione orografica e la qualità di molti terreni del Luganese, potrà produrre e mettere in commercio dei vini di notevole pregio mentre i produttori non saranno più esposti, salvo casi eccezionali non escludibili, alle difficoltà e crisi di vendita dei loro prodotti vendemmiali». Il progetto, però, non trovò concretezza.